mercoledì 21 gennaio 2009
venerdì 2 gennaio 2009
Firenze / prospettive / schermi
In Italia, per trent’anni, sotto i Borgia, ci furono guerre, terrore, assassinii e sangue, e tutto ciò produsse Michelangelo, Leonardo Da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera c’è sempre stato amore fraterno, quattrocento anni di pace, democrazia. E cosa ha prodotto tutto ciò? Cioccolata e orologi a cucù.
(Welles a Cotten in Il terzo uomo di Carol Reed, Gb/Usa 1949)
Il grande regista e attore Orson Welles fu spesso tagliente e provocatorio nella sua vita e nel suo lavoro. Cito questa sua battuta scritta e recitata in un gran bel film di Carol Reed del ’49, non certo per esaltare la guerra e la violenza screditando la pace e la democrazia, come certamente non era neppure intenzione di Welles, ma per mettere in risalto l’importanza di rompere col passato, di sovvertire l’ordine costituito e vigente, di allontanarsi con qualsiasi mezzo, guerre e violenza compresa, da un fine raggiunto e consolidatosi per raggiungerne un altro diverso dal precedente.
Pur essendo convinto che la democrazia sia il minore dei mali possibili, che la pace, la fratellanza, e l’armonia tra gli uomini, gli animali e la natura sia raggiungibile, sento che spesso quanto più l’inquietudine è forte in un uomo, tanto più costui cercherà qualcosa di diverso da ciò che lo circonda. Il motore del mondo, o meglio della società umana, si alimenta di sentimenti contrastanti e caotici. Il tempo, gli uomini, l’azione con il loro dinamismo intrecciano archetipi e forme dando vita a teorie, idee e opere d’arte. Meraviglioso sarà quel tempo in cui tutti gli uomini sapranno incanalare le proprie aggressività in attività costruttive volte esclusivamente al miglioramento della qualità della vita. Non ci sarebbero più scontri tra popoli, guerre, litigi e violenze tra persone, se non fosse che la qualità della vita e la felicità, o la ricerca di quest’ultima, probabilmente non consistono per tutti nelle stesse cose. E’ così che va il mondo, che siamo abituati a vederlo andare, e perfino certi autorevolissimi storici ci assicurano della giustezza di alcune guerre che cambiano il corso delle cose.
Certo che se ovunque avesse preso piede l’idea di inamovibilità culturale degli egizi, secondo i quali la tradizione era sacrosanta e affinché tutto durasse a lungo tutto doveva sempre seguire le stesse regole, o come in certe tribù che vivono in perfetta armonia con la natura, probabilmente la tecnica non si sarebbe mai trasformata in tecnologia e oggi non ci muoveremmo in automobile, in treno o in aereo. Non saremmo qui a scrivere, leggere o discutere di cinema.
E mi viene da pensare a 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick: a quell’osso/tecnica con cui i più forti e innovativi hanno sempre do
Ma ora, finalmente, il mondo non è più eurocentrico, il modello statunitense e hollywoodiano sono in forte crisi. I lati più interessanti della globalizzazione, quelli tecnologici, vale a dire Internet, la rete, la possibilità di stabilire contatti e confrontarsi tra persone di origine geografica, culturale e religiosa diversi, con stili di vita distanti, probabilmente cambierà il mondo, rimettendo in discussione molte teorie sociologiche, storiche ed economiche.
Dall’interfaccia degli schermi, oltre quelli cinematografici, dei video, dei computer senza fili, dei telefonini, attraverso immagini e suoni potrebbe nascere un nuovo Umanesimo da cui potrebbe scaturire un nuovo Rinascimento e una nuova forma di democrazia evoluta, in quanto diretta e partecipata. Una forma sociale basata sulla maggior consapevolezza in cui tutti potranno comunicare con tutti da qualsiasi posto con un kit minimo ed economico di tecnologia che non snaturerà gli usi, i costumi, le abitudini culturali di chi ha scelto, come i propri avi, di vivere in lande remote, “lontano da Dio e dagli uomini”, oltre che dare la possibilità a chi vive come noi in qualche “nord” del mondo di continuare ad avere una visione d’insieme e al contempo dettagliata di situazioni politiche, sociali, culturali, evitando di farci fregare da quei mezzi di comunicazione mossi da troppi interessi economici e politici.
L’uomo ha la possibilità di dimostrare a se stesso e alla Terra che lo ospita di non aver sbagliato strada, almeno in fondo, in uno di questi ultimi incroci della storia, e che da scimmione kubrickiano che era, tecnicamente violento e carnefice delle sue fraterne vittime, si è trasformato in un uomo nuovo, un “oltreuomo” nietzscheiano che nella piena consapevolezza sia in grado di far convivere in sé sentimenti differenti, stili di vita differenti, spiritualità e scienza, amore per la natura e alta tecnologia.
E’ fondamentale guardare le cose da diverse prospettive e vivere nella consapevolezza che anche quelli che a noi sembrano valori imprescindibili, per una persona che è nata e che vive in un luogo “altro”, che è cresciuta nel seno di una cultura differente potrebbero essere incomprensibili o insignificanti. Una delicata questione di prospettive, appunto: rappresentazioni e percezioni differenti della realtà, la ricerca della profondità.
Firenze, con la sua fortissima tradizione artistica, la sua spinta umanistica verso l’innovazione, la ricerca, la sperimentazione e la fusione dei saperi, si può considerare fin dal tardo Medioevo legata alla settima arte. Il cinema, come la poesia, è intrinsecamente capace di presentare un numero di dimensioni molto profonde e di mettere insieme sapienzialità differenti che noi esseri umani, dopo l’Illuminismo, per pura comodità enciclopedica e classificatoria, abbiamo separato tra loro.
Uno dei fili rossi che lega Firenze al cinema risiede senza dubbi nell’Umanesimo e nel Rinascimento; quel Rinascimento che fece percepire certi fiorentini come fuori da un periodo opaco, una “età di mezzo” do
Gli intellettuali e gli artisti fiorentini del XV e del XVI secolo cercarono in tutti i modi di fondere i saperi e di cercare innovazioni rompendo con la tradizione e le teorie del passato recente. La Firenze rinascimentale ha dato all’umanità una spinta il cui effetto, per certi versi, e considerando i corsi e i ricorsi storici, deve ancora esaurirsi.
Filippo Brunelleschi nell’applicazione della sua prospettiva e nella progettazione architettonica sfruttò tutte le conoscenze che poteva avere un uomo del suo tempo in Europa, guardò agli ammirati edifici classici che amava, ma pure alle tecniche ardite dei barbari invasori. Le mise insieme e le rielaborò in uno stile del tutto nuovo e personale che ha fatto scuola in tutto il mondo fino ai primi decenni del XX secolo.
Oltre a Brunelleschi, Firenze, in quel periodo rese grandi anche Masaccio, Donatello, Paolo Uccello, Sandro Botticelli, Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Leon Battista Alberti, tanto per citare le più importanti figure della storia dell’arte. Ma il capoluogo toscano non fu soltanto la culla del rinascimento nell’ambito delle arti plastiche e figurative. La Firenze di quei due secoli straordinari vide anche lo sviluppo della filosofia e della mistica, dell’esoterismo di cui erano pregne le opere di Leonardo e Botticelli, dell’astrologia, quindi Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Poi i campioni della letteratura: Lorenzo de Medici, Luigi Pulci, Angelo Poliziano, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini. Un clima culturale a dir poco vivace, che raccoglieva a piene mani e senza pregiudizi dal passato classico mentre tendeva nella fase creativa verso la ricerca di novità e sperimentazioni.
A volte penso che il cinema nella sua essenza sia sempre esistito nella testa delle persone, nel nostro modo di sognare, di immaginare, di fantasticare, secondo qualcuno nel modo di morire o di pre-morire (mi riferisco a certe testimonianze di chi sotto ipnosi regressiva rivive vite e morti precedenti, o a chi racconta di aver visto sequenze della propria vita divise da rapide ellissi, un tunnel con la luce in fondo e poi in rewind tornare spiacevolmente in vita).
Certo è che un invenzione allo stesso tempo tecnologica, “magica” e artistica come il cinema, basata su teorie scientifiche dell’ottica che permettono la riproduzione o la produzione ex novo di immagini realistiche così fortemente vicine al nostro modo di percepire pensieri, sogni e realtà, che allo stesso tempo muove così profondamente le corde del nostro animo, non può non avere corrispondenze, seppur sottili, con la Firenze degli artisti, degli esoterici, degli scienziati e degli alchimisti.
Se Brunelleschi, con la sua prospettiva già cercata e tentata da Giotto, altro fiorentino, ha cambiato per sempre il modo di fare arte, nella più breve storia del cinema, la profondità di campo e le inquadrature sperimentate da Orson Welles in Quarto potere (Usa 1941) segneranno un altrettanto deter
E dunque siamo tornati a Welles, quindi al cinema, ma siamo sempre a Firenze, che spesso è stata protagonista di film più o meno memorabili che varrebbe la pena vedere o rivedere. E spesso i film interamente o in parte ambientati a Firenze sono trasposizioni cinematografiche di grandi romanzi e racconti. Camera con vista di James Ivory (Gb 1985) tratto dal romanzo omonimo di E.M. Foster, con Helena Bonham Carter e Daniel Day-Lewis; Ritratto di signora di Jane Campion (Gb/Usa 1996) tratto da Henry James, con Nicole Kidman e John Malkovich; il colossal Romola con la diva vittoriana Lillian Gish e Il principe delle volpi con Orson Welles, entrambi di Henry King (Usa 1924 e 1949); September Affaire di William Dieterle (Usa 1950) con Joseph Cotten, Joan Fontane e le canzoni di Kurt Weil; Luce nella piazza di Guy Green (Usa 1962) con Olivia de Havilland e Rossano Brazzi; l’hitchcockiano e jamesiano Complesso di colpa (Obsession) di Brian De Palma (Usa 1976); Un attimo, una vita di Sydney Pollack (Usa 1977) con Al Pacino; Hannibal di Ridley Scott (Usa 2001) con Anthony Hopkins e Julianne Moore, sequel non proprio riuscito del capolavoro di Demme Il silenzio degli innocenti; poi, anche se non proprio ambientato a Firenze, bensì nella campagna tra il capoluogo toscano e
Oltre che in questi film, i più importanti ambientati a Firenze e dintorni, la città del Rinascimento oltre che nel cinema è rintracciabile in tanti altri schermi, patrimonio dell’intera umanità e sfondo ideale di pura bellezza riconducibile all’arte e al buon gusto, talvolta ostentata e abusata. Ecco che la troviamo in televisione, in certi spot pubblicitari ben fatti e creativi, nelle fiction TV piatte e banali, nelle opere di videoarte, nelle installazioni, in video messi in linea su YouTube, su manifesti pubblicitari giganti, sugli schermini dei telefonini di ultima generazione. Una città che da secoli è protagonista, scena e sfondo della sua spettacolare bellezza non può che essere sempre pronta ad essere rappresentata e riprodotta con qualsiasi tecnica e da chiunque, senza alcun timore di consumarsi o svilirsi, anzi, riappropriandosi di secolo in secolo, di decennio in decennio, di nuovi aspetti e prospettive di se medesima.
Sergio Vallorani
Il mio viaggio in Tanzania col CVM
Impressioni; “19 luglio, martedì. Sono a Stone Town, Zanzibar, Tanzania, nella residenza del CVM/CC. Sono le 15,45 e siamo tutti molto stanchi, viaggiamo da ieri mattina alle 6,00. Dopo una giornata e una nottata passate sul pullman, negli aeroporti di Fiumicino, di Addis Ababa e sugli aerei della Etiopian Air Line, stamattina, appena giunti a Dar Es Salama abbiamo preso il traghetto per Zanzibar, raggiungendo l’imbarco dall’aeroporto in daladala.
Vite che urlano nel caos, immerse nella polvere, a decine, a centinaia sui bordi delle strade, al porto, ovunque, ad offrirsi per darci una mano, per avere una mancia, per mangiare qualcosa oggi, e domani si vedrà, per comprarsi un nuovo paio di scarpe vecchie, che forse son già scalzi da giorni o forse da sempre per evitare di abituare i propri piedi al lusso delle scarpe, hanno gli abiti bisunti e rattoppati, volti provati eppure vitali e birichini, dietro ogni loro smorfia, sguardo o ammiccamento si cela il tentativo di spillarci dei soldi. Noi siamo i bianchi, quindi ricchi, per loro che nel tentativo di avvicinarci scherzano sulla nostra italianità tirando in ballo Barcellona, senza sapere che non è in Italia, ma per molti di loro che vivono in strada e di espedienti l’Europa, è un concetto sinonimo di ricchezza, di potenza…
Ci guardano negli occhi coi loro sguardi profondi nel traffico della metropoli, alcuni con aria tesa tra sfida e disprezzo, altri (i più), con simpatia ruffiana. Tutto è rumore, polvere, sporcizia, caos, clacson, grida, fumo, quasi tutto è miseria e disorganizzazione. Solo certe donne sono curate, ma se ne vedono così poche e sono così coperte, che la loro straordinaria bellezza si può solo intuire…
L’Africa è enorme e forse ingovernabile, per i nostri parametri di governabilità, e magari è proprio per questo che l’occidente colonialista ricco e potente ci abbia rinunciato abbandonandola a se stessa dopo averla depredata e tagliuzzata creando confini sbagliati. Un enorme continente che ora è alla ricerca di se stesso, che troppo spesso pensa di poter trovare, consumando allo stremo i nostri rifiuti, il peggio di noi, quello di cui ci liberiamo o vorremmo liberarci. Si approfittano di noi amati/odiati turisti (anche se noi non ci sentiamo tali) chiedendoci 50 € per il visto, 30 € per una traversata in traghetto del canale, applicando ovunque tariffe speciali per i locali e tariffe europee per noi…Tra i giovani dilaga una adesione innaturale agli atteggiamenti occidentali che probabilmente assimilano dalla TV e dal cinema, dalla peggiore TV e dal peggior cinema, perché a passare le frontiere e a viaggiare più velocemente oltre che efficacemente nel mondo sono spesso le cose più facili, più banali, che raramente riflettono il vero e quasi mai rappresentano il meglio.
Spero, comunque, che tra qualche giorno avrò un’altra impressione di questo paese, immerso in un continente tanto complesso, quanto grande, tanto povero economicamente quanto potenzialmente ricco di risorse di ogni tipo e, soprattutto, oggettivamente opulento dal punto di vista culturale e antropologico…” (dai miei appunti di viaggio).
Riflessioni; guai fermarsi alle prime impressioni. Quando l’irrequietudine ci spinge a nutrirci voracemente di libri, di esperienze, di persone come Marco Polo, Bruce Chatwin, Giuseppe Tucci, James Frazer, quando i Werner Herzog, i Jean Rouche, gli Amundsen e i Fogar assurgono a miti personali, il semplice spostarsi da un luogo all’altro acquista uno spessore e un valore esistenziale incalcolabile, e quasi inenarrabile se non si hanno capacità letterarie.
Trovo molto difficile, infatti, sintetizzare in un articolo come questo il mio viaggio in Tanzania col CVM, poiché esso è iniziato prima che partissi, coi racconti di Mina e le parole di Attilio e Marianne, e dal momento in cui nei 19 giorni trascorsi “laggiù” ho scritto un intero quaderno, realizzato 3 ore di riprese, pur rimanendo dell’idea che il grosso dell’esperienza stia ancora muovendosi dentro di me attraverso la rielaborazione dei ricordi, di tutto ciò che “laggiù” ho visto, udito, toccato. Tutta quella vita così profondamente diversa da ciò che è la nostra vita “quassù”.
Mi capita di perdermi certe sere dentro me stesso, come in una recerche proustiana, e di rivivere i suoni e i balli di quelle ragazze in quel villaggio nei pressi di Morogoro, così colorate, così materiche, così belle, e i loro canti così profondamente terracquei, poi mi sento di nuovo abbracciare o stringere la mano tre volte, e guardare negli occhi, sorridere da una delle tante mamme giovanissime che a vent’anni portano felici e consapevoli, ma soprattutto con naturalezza il proprio bimbo infagottato sul petto o sulla schiena nei coloratissimi kanga. E penso a cosa sia diventata la maternità nel nostro mondo che ha smesso di funzionare, che si sta via via disumanizzando…
Ripenso a quei bambini vivaci a piedi nudi che ci prendevano per mano inoltrandoci nei loro villaggi di case di argilla e pali di legno, ansiosi di farci vedere le loro abitazioni, i loro amici, le loro mamme. Poi agli incontri con i comitati anti-AIDS, gli esponenti politici locali, le associazioni, i rappresentanti dei giovani e degli anziani le ostetriche tradizionali, i medici, i malati di HIV e AIDS…Incontri assolutamente autentici dal punto di vista umano in cui venivano fuori tragedie personali ma anche storie a lieto fine o che comunque lasciano sperare noi e loro per il meglio.
Quante persone abbiamo incontrato in quei 19 giorni, accompagnati dai responsabili dei progetti che il CVM ha formato a Dar Es Salam, a Zanzibar, a Pemba e a Bagamoyo, quante storie abbiamo ascoltato e quante mani abbiamo stretto!
In ogni scuola visitata o centro di aggregazione giovanile ci è stata riservata un’ospitalità tutta speciale e ovunque bambini e ragazzi, dopo alcune formali ed emozionate presentazioni passavano a rappresentarci drammi con cui cercano di sensibilizzare gli spettatori al problema dell’HIV-AIDS e a come sconfiggere lo stigma che troppo spesso ancora ne consegue, per poi deliziarci con canti e balli tribali che scioglievano gli ultimi frammenti di ghiaccio che la formalità iniziale talvolta creava, scaldando le situazioni fino alla massima informalità che sola può avvicinare le persone e i popoli facendoli capire…
Quanti chilometri poi, abbiamo fatto in quelle tre settimane, usando tutti i mezzi possibili, dal pullman, ai taxi locali (daladala) e alle jeep da safari, dagli aereoplanini a 13 posti alle barchette da pesca, dal mastodontico lento e stabile traghetto all’affusolato rapido e agitatissimo aliscafo. Centinaia e centinaia di chilometri attraverso vari paesaggi, dalla savana rossa alle foreste, dalle metropoli ai villaggi Masai, dalle basse maree dell’Oceano Indiano ai paradisi terrestri delle isole vergini.
Capisco che tutto quello che ho scritto in questo articolo può risultare approssimativo e confuso ma penso che sia davvero difficile riportare in maniera esauriente e ordinata tutto ciò che il viaggio con il CVM è stato. Certamente andare in Africa con questa ONG ha significato avvicinarsi ad un continente, e ad una nazione che rappresenta in pieno quel continente, nella maniera migliore, avendo dato a tutti noi del gruppo l’opportunità di entrare in contatto con moltissime persone del luogo, e di “perderci” negli spazi e nei tempi di quelle persone e di quei luoghi. Spazi e tempi a cui non siamo assolutamente abituati, che abbiamo perduto o dimenticato nell’ossessionante ritmo patologico che hanno preso le nostre vite e tutto ciò che le costituiscono.
Mi sembra eccellente il lavoro che giornalmente svolge il CVM e considerevoli, in termini di vite umane, i risultati che sta ottenendo negli anni ma c’è ancora tanto lavoro da svolgere, che i tanzanesi riusciranno a portare avanti, nonostante tutti i problemi che hanno, perché in loro, in quella gente, nei loro occhi, man mano che passavano i giorni e le settimane riconoscevo sempre più definita e compiuta una luce di speranza e volontà di crescere che noi, “quassù”, non riusciamo più a permetterci se non con sforzi pazzeschi, perché stanchi, rassegnati e incapace di sognare…
Sergio