venerdì 2 gennaio 2009

Il mio viaggio in Tanzania col CVM

Impressioni; “19 luglio, martedì. Sono a Stone Town, Zanzibar, Tanzania, nella residenza del CVM/CC. Sono le 15,45 e siamo tutti molto stanchi, viaggiamo da ieri mattina alle 6,00. Dopo una giornata e una nottata passate sul pullman, negli aeroporti di Fiumicino, di Addis Ababa e sugli aerei della Etiopian Air Line, stamattina, appena giunti a Dar Es Salama abbiamo preso il traghetto per Zanzibar, raggiungendo l’imbarco dall’aeroporto in daladala.

Vite che urlano nel caos, immerse nella polvere, a decine, a centinaia sui bordi delle strade, al porto, ovunque, ad offrirsi per darci una mano, per avere una mancia, per mangiare qualcosa oggi, e domani si vedrà, per comprarsi un nuovo paio di scarpe vecchie, che forse son già scalzi da giorni o forse da sempre per evitare di abituare i propri piedi al lusso delle scarpe, hanno gli abiti bisunti e rattoppati, volti provati eppure vitali e birichini, dietro ogni loro smorfia, sguardo o ammiccamento si cela il tentativo di spillarci dei soldi. Noi siamo i bianchi, quindi ricchi, per loro che nel tentativo di avvicinarci scherzano sulla nostra italianità tirando in ballo Barcellona, senza sapere che non è in Italia, ma per molti di loro che vivono in strada e di espedienti l’Europa, è un concetto sinonimo di ricchezza, di potenza…

Ci guardano negli occhi coi loro sguardi profondi nel traffico della metropoli, alcuni con aria tesa tra sfida e disprezzo, altri (i più), con simpatia ruffiana. Tutto è rumore, polvere, sporcizia, caos, clacson, grida, fumo, quasi tutto è miseria e disorganizzazione. Solo certe donne sono curate, ma se ne vedono così poche e sono così coperte, che la loro straordinaria bellezza si può solo intuire…

L’Africa è enorme e forse ingovernabile, per i nostri parametri di governabilità, e magari è proprio per questo che l’occidente colonialista ricco e potente ci abbia rinunciato abbandonandola a se stessa dopo averla depredata e tagliuzzata creando confini sbagliati. Un enorme continente che ora è alla ricerca di se stesso, che troppo spesso pensa di poter trovare, consumando allo stremo i nostri rifiuti, il peggio di noi, quello di cui ci liberiamo o vorremmo liberarci. Si approfittano di noi amati/odiati turisti (anche se noi non ci sentiamo tali) chiedendoci 50 € per il visto, 30 € per una traversata in traghetto del canale, applicando ovunque tariffe speciali per i locali e tariffe europee per noi…Tra i giovani dilaga una adesione innaturale agli atteggiamenti occidentali che probabilmente assimilano dalla TV e dal cinema, dalla peggiore TV e dal peggior cinema, perché a passare le frontiere e a viaggiare più velocemente oltre che efficacemente nel mondo sono spesso le cose più facili, più banali, che raramente riflettono il vero e quasi mai rappresentano il meglio.

Spero, comunque, che tra qualche giorno avrò un’altra impressione di questo paese, immerso in un continente tanto complesso, quanto grande, tanto povero economicamente quanto potenzialmente ricco di risorse di ogni tipo e, soprattutto, oggettivamente opulento dal punto di vista culturale e antropologico…” (dai miei appunti di viaggio).

Riflessioni; guai fermarsi alle prime impressioni. Quando l’irrequietudine ci spinge a nutrirci voracemente di libri, di esperienze, di persone come Marco Polo, Bruce Chatwin, Giuseppe Tucci, James Frazer, quando i Werner Herzog, i Jean Rouche, gli Amundsen e i Fogar assurgono a miti personali, il semplice spostarsi da un luogo all’altro acquista uno spessore e un valore esistenziale incalcolabile, e quasi inenarrabile se non si hanno capacità letterarie.

Trovo molto difficile, infatti, sintetizzare in un articolo come questo il mio viaggio in Tanzania col CVM, poiché esso è iniziato prima che partissi, coi racconti di Mina e le parole di Attilio e Marianne, e dal momento in cui nei 19 giorni trascorsi “laggiù” ho scritto un intero quaderno, realizzato 3 ore di riprese, pur rimanendo dell’idea che il grosso dell’esperienza stia ancora muovendosi dentro di me attraverso la rielaborazione dei ricordi, di tutto ciò che “laggiù” ho visto, udito, toccato. Tutta quella vita così profondamente diversa da ciò che è la nostra vita “quassù”.

Mi capita di perdermi certe sere dentro me stesso, come in una recerche proustiana, e di rivivere i suoni e i balli di quelle ragazze in quel villaggio nei pressi di Morogoro, così colorate, così materiche, così belle, e i loro canti così profondamente terracquei, poi mi sento di nuovo abbracciare o stringere la mano tre volte, e guardare negli occhi, sorridere da una delle tante mamme giovanissime che a vent’anni portano felici e consapevoli, ma soprattutto con naturalezza il proprio bimbo infagottato sul petto o sulla schiena nei coloratissimi kanga. E penso a cosa sia diventata la maternità nel nostro mondo che ha smesso di funzionare, che si sta via via disumanizzando…

Ripenso a quei bambini vivaci a piedi nudi che ci prendevano per mano inoltrandoci nei loro villaggi di case di argilla e pali di legno, ansiosi di farci vedere le loro abitazioni, i loro amici, le loro mamme. Poi agli incontri con i comitati anti-AIDS, gli esponenti politici locali, le associazioni, i rappresentanti dei giovani e degli anziani le ostetriche tradizionali, i medici, i malati di HIV e AIDS…Incontri assolutamente autentici dal punto di vista umano in cui venivano fuori tragedie personali ma anche storie a lieto fine o che comunque lasciano sperare noi e loro per il meglio.

Quante persone abbiamo incontrato in quei 19 giorni, accompagnati dai responsabili dei progetti che il CVM ha formato a Dar Es Salam, a Zanzibar, a Pemba e a Bagamoyo, quante storie abbiamo ascoltato e quante mani abbiamo stretto!

In ogni scuola visitata o centro di aggregazione giovanile ci è stata riservata un’ospitalità tutta speciale e ovunque bambini e ragazzi, dopo alcune formali ed emozionate presentazioni passavano a rappresentarci drammi con cui cercano di sensibilizzare gli spettatori al problema dell’HIV-AIDS e a come sconfiggere lo stigma che troppo spesso ancora ne consegue, per poi deliziarci con canti e balli tribali che scioglievano gli ultimi frammenti di ghiaccio che la formalità iniziale talvolta creava, scaldando le situazioni fino alla massima informalità che sola può avvicinare le persone e i popoli facendoli capire…

Quanti chilometri poi, abbiamo fatto in quelle tre settimane, usando tutti i mezzi possibili, dal pullman, ai taxi locali (daladala) e alle jeep da safari, dagli aereoplanini a 13 posti alle barchette da pesca, dal mastodontico lento e stabile traghetto all’affusolato rapido e agitatissimo aliscafo. Centinaia e centinaia di chilometri attraverso vari paesaggi, dalla savana rossa alle foreste, dalle metropoli ai villaggi Masai, dalle basse maree dell’Oceano Indiano ai paradisi terrestri delle isole vergini.

La Tanzania, la terra dei Masai, i cacciatori-pastori della steppa africana, i bevitori di sangue di vacca, la terra dei grandi mammiferi africani, quelli che solitamente vediamo nei documentari (e che noi abbiamo visto dal vivo nel cratere di Ngoro Ngoro), la nazione dei parchi, i più grandi d’Africa (Serengeti e NgoroNgoro), dei grandi monti perennemente innevati sulla punta spesso incappucciata da bizzarre e isolate nubi che vi si siedono come a riposare (Kilimangiaro e Meru), dei grandi spazi e delle infinite distese solcate come in un enorme dipinto di Mondrian dalle linee nere d’asfalto, e poi le isole, quella meno contaminata, Pemba, e quella delle spezie, Zanzibar, ombelico del mondo in cui si sono intrecciate civiltà indiana, europea, africana, araba e che oggi è una splendida fusione di queste oltre che ad essere una contrastante e affascinantissima sintesi di passato e presente.

Capisco che tutto quello che ho scritto in questo articolo può risultare approssimativo e confuso ma penso che sia davvero difficile riportare in maniera esauriente e ordinata tutto ciò che il viaggio con il CVM è stato. Certamente andare in Africa con questa ONG ha significato avvicinarsi ad un continente, e ad una nazione che rappresenta in pieno quel continente, nella maniera migliore, avendo dato a tutti noi del gruppo l’opportunità di entrare in contatto con moltissime persone del luogo, e di “perderci” negli spazi e nei tempi di quelle persone e di quei luoghi. Spazi e tempi a cui non siamo assolutamente abituati, che abbiamo perduto o dimenticato nell’ossessionante ritmo patologico che hanno preso le nostre vite e tutto ciò che le costituiscono.

Mi sembra eccellente il lavoro che giornalmente svolge il CVM e considerevoli, in termini di vite umane, i risultati che sta ottenendo negli anni ma c’è ancora tanto lavoro da svolgere, che i tanzanesi riusciranno a portare avanti, nonostante tutti i problemi che hanno, perché in loro, in quella gente, nei loro occhi, man mano che passavano i giorni e le settimane riconoscevo sempre più definita e compiuta una luce di speranza e volontà di crescere che noi, “quassù”, non riusciamo più a permetterci se non con sforzi pazzeschi, perché stanchi, rassegnati e incapace di sognare…

Sergio

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