venerdì 2 gennaio 2009

Firenze / prospettive / schermi

In Italia, per trent’anni, sotto i Borgia, ci furono guerre, terrore, assassinii e sangue, e tutto ciò produsse Michelangelo, Leonardo Da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera c’è sempre stato amore fraterno, quattrocento anni di pace, democrazia. E cosa ha prodotto tutto ciò? Cioccolata e orologi a cucù.

(Welles a Cotten in Il terzo uomo di Carol Reed, Gb/Usa 1949)

Il grande regista e attore Orson Welles fu spesso tagliente e provocatorio nella sua vita e nel suo lavoro. Cito questa sua battuta scritta e recitata in un gran bel film di Carol Reed del ’49, non certo per esaltare la guerra e la violenza screditando la pace e la democrazia, come certamente non era neppure intenzione di Welles, ma per mettere in risalto l’importanza di rompere col passato, di sovvertire l’ordine costituito e vigente, di allontanarsi con qualsiasi mezzo, guerre e violenza compresa, da un fine raggiunto e consolidatosi per raggiungerne un altro diverso dal precedente.

Pur essendo convinto che la democrazia sia il minore dei mali possibili, che la pace, la fratellanza, e l’armonia tra gli uomini, gli animali e la natura sia raggiungibile, sento che spesso quanto più l’inquietudine è forte in un uomo, tanto più costui cercherà qualcosa di diverso da ciò che lo circonda. Il motore del mondo, o meglio della società umana, si alimenta di sentimenti contrastanti e caotici. Il tempo, gli uomini, l’azione con il loro dinamismo intrecciano archetipi e forme dando vita a teorie, idee e opere d’arte. Meraviglioso sarà quel tempo in cui tutti gli uomini sapranno incanalare le proprie aggressività in attività costruttive volte esclusivamente al miglioramento della qualità della vita. Non ci sarebbero più scontri tra popoli, guerre, litigi e violenze tra persone, se non fosse che la qualità della vita e la felicità, o la ricerca di quest’ultima, probabilmente non consistono per tutti nelle stesse cose. E’ così che va il mondo, che siamo abituati a vederlo andare, e perfino certi autorevolissimi storici ci assicurano della giustezza di alcune guerre che cambiano il corso delle cose.

Certo che se ovunque avesse preso piede l’idea di inamovibilità culturale degli egizi, secondo i quali la tradizione era sacrosanta e affinché tutto durasse a lungo tutto doveva sempre seguire le stesse regole, o come in certe tribù che vivono in perfetta armonia con la natura, probabilmente la tecnica non si sarebbe mai trasformata in tecnologia e oggi non ci muoveremmo in automobile, in treno o in aereo. Non saremmo qui a scrivere, leggere o discutere di cinema.

E mi viene da pensare a 2001 – Odissea nello spazio di Stanley Kubrick: a quell’osso/tecnica con cui i più forti e innovativi hanno sempre dominato i più miti e spirituali, che si trasforma nell’ellissi più famosa della storia del cinema, in astronave/tecnologia.

Ma ora, finalmente, il mondo non è più eurocentrico, il modello statunitense e hollywoodiano sono in forte crisi. I lati più interessanti della globalizzazione, quelli tecnologici, vale a dire Internet, la rete, la possibilità di stabilire contatti e confrontarsi tra persone di origine geografica, culturale e religiosa diversi, con stili di vita distanti, probabilmente cambierà il mondo, rimettendo in discussione molte teorie sociologiche, storiche ed economiche.

Dall’interfaccia degli schermi, oltre quelli cinematografici, dei video, dei computer senza fili, dei telefonini, attraverso immagini e suoni potrebbe nascere un nuovo Umanesimo da cui potrebbe scaturire un nuovo Rinascimento e una nuova forma di democrazia evoluta, in quanto diretta e partecipata. Una forma sociale basata sulla maggior consapevolezza in cui tutti potranno comunicare con tutti da qualsiasi posto con un kit minimo ed economico di tecnologia che non snaturerà gli usi, i costumi, le abitudini culturali di chi ha scelto, come i propri avi, di vivere in lande remote, “lontano da Dio e dagli uomini”, oltre che dare la possibilità a chi vive come noi in qualche “nord” del mondo di continuare ad avere una visione d’insieme e al contempo dettagliata di situazioni politiche, sociali, culturali, evitando di farci fregare da quei mezzi di comunicazione mossi da troppi interessi economici e politici.

L’uomo ha la possibilità di dimostrare a se stesso e alla Terra che lo ospita di non aver sbagliato strada, almeno in fondo, in uno di questi ultimi incroci della storia, e che da scimmione kubrickiano che era, tecnicamente violento e carnefice delle sue fraterne vittime, si è trasformato in un uomo nuovo, un “oltreuomo” nietzscheiano che nella piena consapevolezza sia in grado di far convivere in sé sentimenti differenti, stili di vita differenti, spiritualità e scienza, amore per la natura e alta tecnologia.

E’ fondamentale guardare le cose da diverse prospettive e vivere nella consapevolezza che anche quelli che a noi sembrano valori imprescindibili, per una persona che è nata e che vive in un luogo “altro”, che è cresciuta nel seno di una cultura differente potrebbero essere incomprensibili o insignificanti. Una delicata questione di prospettive, appunto: rappresentazioni e percezioni differenti della realtà, la ricerca della profondità.

Firenze, con la sua fortissima tradizione artistica, la sua spinta umanistica verso l’innovazione, la ricerca, la sperimentazione e la fusione dei saperi, si può considerare fin dal tardo Medioevo legata alla settima arte. Il cinema, come la poesia, è intrinsecamente capace di presentare un numero di dimensioni molto profonde e di mettere insieme sapienzialità differenti che noi esseri umani, dopo l’Illuminismo, per pura comodità enciclopedica e classificatoria, abbiamo separato tra loro.

Uno dei fili rossi che lega Firenze al cinema risiede senza dubbi nell’Umanesimo e nel Rinascimento; quel Rinascimento che fece percepire certi fiorentini come fuori da un periodo opaco, una “età di mezzo” dominata dai barbari invasori e da una religione ecclesiale spesso sorda al richiamo del sacro e dello spirituale. L’idea di una rinascita era nella mente dei fiorentini e degli italiani legata a quella di una reviviscenza della grandezza romana, distrutta dai popoli invasori del nord e dell’est Europa.

Gli intellettuali e gli artisti fiorentini del XV e del XVI secolo cercarono in tutti i modi di fondere i saperi e di cercare innovazioni rompendo con la tradizione e le teorie del passato recente. La Firenze rinascimentale ha dato all’umanità una spinta il cui effetto, per certi versi, e considerando i corsi e i ricorsi storici, deve ancora esaurirsi.

Filippo Brunelleschi nell’applicazione della sua prospettiva e nella progettazione architettonica sfruttò tutte le conoscenze che poteva avere un uomo del suo tempo in Europa, guardò agli ammirati edifici classici che amava, ma pure alle tecniche ardite dei barbari invasori. Le mise insieme e le rielaborò in uno stile del tutto nuovo e personale che ha fatto scuola in tutto il mondo fino ai primi decenni del XX secolo.

Oltre a Brunelleschi, Firenze, in quel periodo rese grandi anche Masaccio, Donatello, Paolo Uccello, Sandro Botticelli, Leonardo Da Vinci, Michelangelo, Leon Battista Alberti, tanto per citare le più importanti figure della storia dell’arte. Ma il capoluogo toscano non fu soltanto la culla del rinascimento nell’ambito delle arti plastiche e figurative. La Firenze di quei due secoli straordinari vide anche lo sviluppo della filosofia e della mistica, dell’esoterismo di cui erano pregne le opere di Leonardo e Botticelli, dell’astrologia, quindi Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Poi i campioni della letteratura: Lorenzo de Medici, Luigi Pulci, Angelo Poliziano, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini. Un clima culturale a dir poco vivace, che raccoglieva a piene mani e senza pregiudizi dal passato classico mentre tendeva nella fase creativa verso la ricerca di novità e sperimentazioni.

A volte penso che il cinema nella sua essenza sia sempre esistito nella testa delle persone, nel nostro modo di sognare, di immaginare, di fantasticare, secondo qualcuno nel modo di morire o di pre-morire (mi riferisco a certe testimonianze di chi sotto ipnosi regressiva rivive vite e morti precedenti, o a chi racconta di aver visto sequenze della propria vita divise da rapide ellissi, un tunnel con la luce in fondo e poi in rewind tornare spiacevolmente in vita).

Certo è che un invenzione allo stesso tempo tecnologica, “magica” e artistica come il cinema, basata su teorie scientifiche dell’ottica che permettono la riproduzione o la produzione ex novo di immagini realistiche così fortemente vicine al nostro modo di percepire pensieri, sogni e realtà, che allo stesso tempo muove così profondamente le corde del nostro animo, non può non avere corrispondenze, seppur sottili, con la Firenze degli artisti, degli esoterici, degli scienziati e degli alchimisti.

Se Brunelleschi, con la sua prospettiva già cercata e tentata da Giotto, altro fiorentino, ha cambiato per sempre il modo di fare arte, nella più breve storia del cinema, la profondità di campo e le inquadrature sperimentate da Orson Welles in Quarto potere (Usa 1941) segneranno un altrettanto determinante spartiacque nella produzione mondiale di film.

E dunque siamo tornati a Welles, quindi al cinema, ma siamo sempre a Firenze, che spesso è stata protagonista di film più o meno memorabili che varrebbe la pena vedere o rivedere. E spesso i film interamente o in parte ambientati a Firenze sono trasposizioni cinematografiche di grandi romanzi e racconti. Camera con vista di James Ivory (Gb 1985) tratto dal romanzo omonimo di E.M. Foster, con Helena Bonham Carter e Daniel Day-Lewis; Ritratto di signora di Jane Campion (Gb/Usa 1996) tratto da Henry James, con Nicole Kidman e John Malkovich; il colossal Romola con la diva vittoriana Lillian Gish e Il principe delle volpi con Orson Welles, entrambi di Henry King (Usa 1924 e 1949); September Affaire di William Dieterle (Usa 1950) con Joseph Cotten, Joan Fontane e le canzoni di Kurt Weil; Luce nella piazza di Guy Green (Usa 1962) con Olivia de Havilland e Rossano Brazzi; l’hitchcockiano e jamesiano Complesso di colpa (Obsession) di Brian De Palma (Usa 1976); Un attimo, una vita di Sydney Pollack (Usa 1977) con Al Pacino; Hannibal di Ridley Scott (Usa 2001) con Anthony Hopkins e Julianne Moore, sequel non proprio riuscito del capolavoro di Demme Il silenzio degli innocenti; poi, anche se non proprio ambientato a Firenze, bensì nella campagna tra il capoluogo toscano e la magnifica Siena, vale a dire nel Chianti, non posso non ricordare Io ballo da sola di Bernardo Bertolucci (Gb/Italia/Francia 1996) con Liv Tyler, Jeremy Irons, Stefania Sandrelli e Carlo Cecchi: uno dei film più freschi, vitali ed eleganti degli ultimi vent’anni.

Oltre che in questi film, i più importanti ambientati a Firenze e dintorni, la città del Rinascimento oltre che nel cinema è rintracciabile in tanti altri schermi, patrimonio dell’intera umanità e sfondo ideale di pura bellezza riconducibile all’arte e al buon gusto, talvolta ostentata e abusata. Ecco che la troviamo in televisione, in certi spot pubblicitari ben fatti e creativi, nelle fiction TV piatte e banali, nelle opere di videoarte, nelle installazioni, in video messi in linea su YouTube, su manifesti pubblicitari giganti, sugli schermini dei telefonini di ultima generazione. Una città che da secoli è protagonista, scena e sfondo della sua spettacolare bellezza non può che essere sempre pronta ad essere rappresentata e riprodotta con qualsiasi tecnica e da chiunque, senza alcun timore di consumarsi o svilirsi, anzi, riappropriandosi di secolo in secolo, di decennio in decennio, di nuovi aspetti e prospettive di se medesima.

Sergio Vallorani

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